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sabato 25 aprile 2026

Hayao Miyazaki, l’uomo dietro i sogni


Il nome Miyazaki è oggi molto conosciuto ed è ammirato fra gli appassionati di animazione e nel mondo nerd. Questo nome è diventato un simbolo, un’icona con la quale identifichiamo uno stile di disegno e i diversi universi creati dal regista che porta quel nome. Però, dietro tale nome c’è anche un mistero. Chi è davvero Hayao Miyazaki? Nessuno sa dirlo con certezza. Nonostante la fama che possiede, egli è una personalità unica nel suo genere. Ha successo, ma non si lascia trascinare dalla corrente e più di una volta ha tentato di ritirarsi dal mondo del cinema; è in grado di realizzare tutt’ora film capaci di darci una molteplicità di messaggi e farci sognare, eppure non mostra mai allo spettatore ciò che desidera, non segue le leggi del mercato; ha ricevuto molte etichette, ma non si identifica in nessuna di esse. Tutto questo rende Miyazaki una leggenda vivente. In ogni epoca nascono leggende, ma il regista si distingue da molti personaggi che fanno parte del mondo cinematografico. Ai suoi albori, il cinema era un sogno capace di diventare realtà, ma col tempo è diventato mercato e così molti registi, che dapprima erano dei sinceri sognatori, si sono dovuti adattare ai desideri e alle richieste degli spettatori per andare avanti. Miyazaki è uno dei pochi che riesce ancora a farci sognare davvero e lo fa con i suoi mezzi, senza seguire le domande del mercato, un dono che oggi non molti artisti che riescono a farsi un nome posseggono.



Il fascino di Miyazaki rientra anche nel suo essere misterioso. Forse pochi o nessuno riesce a immaginare cosa nasconde il suo talento e in che modo esso abbia portato fama ad una persona così riservata. Nei tempi attuali gli ammiratori vogliono sapere tutto dei loro idoli, e molte personalità di una certa elevatura raccontano di sé con maggiore facilità. Questo può essere dovuto al narcisismo e al desiderio di apparire che oggi pervade la società. È dunque il desiderio di apparire che induce a raccontare troppo, oppure è l’insostenibilità di questo narcisismo che ci porta a far cadere le maschere? Nemmeno per lo stesso Miyazaki è sempre stati facile sostenere la propria carriera, e anzi, con l’avanzare del tempo i suoi film hanno dimostrato una visione delle cose sempre più cinica e disincantata. Con Nausicaa della Valle del Vento il regista, nonostante racconti la storia di un mondo devastato, infonde un senso di speranza attraverso l’ottimismo e il cuore puro della sua protagonista. Nel suo ultimo capolavoro, Il ragazzo e l’airone (titolo originale: E voi come vivrete?) vediamo dei personaggi che non sono né buoni né cattivi, ma soltanto pieni di sfaccettature, come lo è la natura umana. Ma quanto di quello che ci dicono i film racconta davvero del loro autore?



Stéphanie Chaptal definisce Miyazaki come un artigiano, nel suo libro Hayao Miyazaki, l’artigiano dell’animazione giapponese. Ed effettivamente Hayao è questo: è un artista, un artista vero e proprio. Prima di fare film, Miyazaki ha lavorato anche per serie animate. Fra di esse Conan, il ragazzo del futuro, basato sull’omonimo romanzo di Alexander Key, e ha ideato la storia di Nadia, il mistero della pietra azzurra, diretto da Hideaki Anno. In esse l’animazione è parziale, e presenta dei movimenti realizzati con meno fotogrammi. Ma quando iniziò a lavorare ai suoi film, il regista desiderava un’animazione completa con delle movenze più reali e accurate. Le sue opere rivelano certamente una forte meticolosità nel lavoro, con una certa attenzione per i particolari e soprattutto nell’animazione. Osservando i suoi film più grandi, come Il Castello errante di Howl e Il Castello nel Cielo, Miyazaki dimostra di avere gusto per il mondo occidentale. Eppure l’etica e i messaggi morali che egli lascia intendere si avvicinano al mondo giapponese, e i film più recenti hanno anche un contesto più propriamente del Giappone.



Una menzione a parte, in questa giornata, è meritata dal film Porco Rosso. Quest’opera è molto riconosciuta da noi italiani non soltanto per l’ambientazione nel nostro contesto, ma anche per una battuta che l’ha resa celebre, e l’ha trasformata in un’importante simbolo di libertà: “Piuttosto che diventare un fascista, è meglio restare un maiale.” Questa frase viene menzionata ogni 25 aprile dai fan italiani del maestro. Il significato con cui il protagonista pronuncia queste parole è leggermente diverso da quello che noi intendiamo. Marco dice la battuta riferendosi al fatto che piuttosto che diventare una marionetta del regime fascista, preferisce continuare a vivere libero senza appartenere a nessuno. La sua non è una presa di posizione ideologica, non è un partito preso, ma solo una resistenza personale. Eppure è proprio quella libertà esaltata dal personaggio che ha fatto sì che noi leggessimo nella sua battuta una politica antifascista. E forse ancora oggi possiamo prendere esempio da una tale frase perché, seppure viviamo in un paese democratico, tuttavia senza accorgercene cerchiamo sempre un conformismo, e ci dimentichiamo di essere noi stessi.



Conosciamo abbastanza bene Miyazaki come artista, ma questo non ci dice nulla di chi egli sia. Anche osservare il suo operato può dirci poco, perché la personalità di un artista è spesso diversa da quel che i suoi capolavori lasciano trasparire. Non pretendiamo certo di poter fare un’analisi psicologica del maestro, ma una cosa certa è che, nel suo essere riservato, dimostra una grande eccezione alla regola nella realtà attuale. Tutti noi, prima di essere qualsiasi cosa, siamo esseri umani, eppure spesso ce lo dimentichiamo. In un mondo dove tutti vogliamo essere un’immagine, Miyazaki è uno dei pochi che sanno rimanere umani. Poche righe fa parlavamo di essere noi stessi, e questo è ciò che riesce a fare il regista. Non mettiamo in discussione che anch’egli abbia avuto delle dure battaglie, però è fuor di dubbio che il maestro è capace di rimanere sé stesso, nonostante nella sua posizione molti si sarebbero lasciati trascinare, finendo anche col vantarsi.




mercoledì 18 marzo 2026

Ai Hoshino: la bugia che diventa vera

 

TITOLO: Oshi no Ko - My Star

TITOLO ORIGINALE: Oshi no Ko

TITOLO IN KANJI: 推しの子

STORIA: Aka Akasaka

DISEGNI: Mengo Yokoyari

REGIA: Daisuke Hiramaki

PAESE: Giappone

ANNO
Manga: 2022-2025
Anime: 2023-in corso

EDIZIONE ITALIANA: Jpop

DISTRIBUZIONE
Crunchyroll, Netflix, Amazon Prime Video (Anime Generation), 


È meglio una bella bugia o una brutta verità?

Questa è una domanda che almeno una volta nella vita ci poniamo. Spesso la verità è crudele e quello che sembra bello è solo un’ingannevole apparenza. Nonostante tutto viviamo spesso aggrappandoci alle bugie, bugie edulcorate sulle quali fondiamo la nostra vita. Non tutte le persone sono in grado di acquisire una reale consapevolezza e molti vivono delle bugie che raccontano anche a sé stessi, credendo inconsciamente che continuando a fingere riusciranno a incarnare il ruolo e le verità che s’impongono.


Può, una bugia, diventare vera?


A questa domanda risponde il personaggio di Ai Hoshino, colei attorno a cui ruota la serie manga e anime Oshi no Ko. Ai è una famosa Idol, dotata di un eccezionale talento. Cosa rende questa ragazza così talentuosa? La sua capacità di mentire, di ingannare i fan. È da sempre che ci viene insegnato dai genitori che il mondo dello spettacolo è un mondo di bugie. Proprio questo rende Ai adatta ad essere un’Idol. La bugia per lei non è solo un mezzo per la sua carriera, ma è anche un punto di forza. Lei crede che la bugia, se ripetuta, può diventare vera. È in questo modo che lei spera di conoscere l’amore. La ragazza ha avuto un’infanzia difficile, dalla quale ha imparato che se si mostrasse per quella che è davvero, nessuno la amerà. Per questo motivo lei pensa che solo attraverso la bugia potrà trovare l’amore.


La nostra Super Star compie un atto dal quale un'Idol dovrebbe astenersi: diventa una ragazza madre. Un simile gesto, normalmente, le dovrebbe imporre di rinunciare alla sua carriera. Ma lei nasconde al mondo la realtà dei fatti per continuare ad essere un'Idol. Perché fa questo? Perché Ai sente di non valere niente senza il proprio talento, perché il suo passato difficile l'ha indotta a credere di essere una persona orribile, costringendola a nascondersi dietro una maschera per trovare il suo posto nel mondo. Eppure anche lei è un essere umano, e ha dei propri bisogni, che vengono canalizzati sempre attraverso la bugia. Ma paga un enorme prezzo. Un giorno un suo ammiratore fanatico fa irruzione in casa sua e la uccide. Costui sapeva della gravidanza segreta della sua ammirata Idol, per la quale è rimasto profondamente deluso.

Guardando il personaggio di Ai da un punto di vista psicologico, lei è vittima delle aspettative sociali. Ha dei propri desideri, però la sua carriera di Idol le impone di nasconderli. La sua vita è segnata dalla bugia. Lei è sempre andata avanti mentendo, eppure non ne va fiera. Alla fine la bugia si rivela anche per lei un'arma a doppio taglio.


Quindi una bugia può diventare vera?

In questi casi dipende sempre da quale punto osserviamo le cose. A volte raccontiamo bugie per sopravvivere, per adeguarci al mondo che ci circonda, oppure per dare un senso alla vita. Però è davvero la cosa giusta creare questo inganno che rivolgiamo anche a noi stessi? Cosa fare, allora, se la realtà ci dovesse porre davanti alla verità?

Tutto dipende dalle nostre scelte e dalla nostra capacità di affrontarne le conseguenze.

Possiamo scegliere di continuare a mentire finché la bugia non diventa vera, come fa Ai. Ma possiamo anche scegliere di accettare la verità ed essere onesti con noi stessi e con gli altri. Entrambe le strade sono ardue da percorrere.

(In collaborazione con l’Associazione E.L.I.S.A. Nuove Abilità)



martedì 10 febbraio 2026

Spirit, la libertà come dovere

TITOLO: Spirit, cavallo selvaggio

TITOLO ORIGINALE: Spirit, stallion of the Cimarron

REGIA: Kelly Asbury, Lorna Cook

PRODUZIONE: DreamWorks

PAESE: Stati Uniti d’America

ANNO: 2002

Dicono che la storia del West sia stata scritta in sella ai cavalli, ma non è mai stata raccontata da uno di loro. Il primo a farlo è forse il protagonista del nostro film, un possente stallone che vive nelle praterie sconfinate del Far West insieme al suo branco, nel pieno del XIX secolo, quando gli USA lo stavano colonizzando sottomettendo i popoli nativi. Un protagonista animale è sempre un soggetto invitante quando si parla del mondo dell’animazione e i cavalli sono spesso stati presenti, rappresentati come fedeli destrieri di principi, cavalieri e prodi paladini. Ma qui è il cavallo a dominare la scena; diversamente da come eravamo abituati prima di Spirit, non è fin da subito un fedele compagno dell’uomo. I cavalli qui sono animali selvatici, che vivono liberi dal dominio umano, correndo nelle praterie come il vento. Finché un giorno il capo branco viene catturato dalle giacche blu dell’esercito statunitense. Da questo momento inizia per lo stallone un viaggio che lo porta alla scoperta del mondo oltre la sua terra natia, entrando a contatto con gli umani. Tra di essi conosce chi è più avido, come il Colonnello delle giacche blu che fa di tutto per domarlo, e chi invece arriva a considerarlo un amico, come il nativo Piccolo Fiume, che diventa l’unica persona dalla quale lo stallone accetta di essere montato. Le vicende del film sono accompagnate da straordinarie canzoni adattate in italiano da Zucchero, la cui voce si dimostra molto indicata per un cartone ambientato nel selvaggio West. I brani migliori sono Here I am (Sono qui), I will always return (Sempre tornerò) e You can’t take me (Non mi avrai).


La storia che viene raccontata, nonostante l’appetibilità del punto di vista animale, è un prodotto DreamWorks. In quanto tale, il film è al di fuori delle visioni disneyane fin dal principio. Sebbene sia presente la voce narrante del protagonista, gli animali non parlano, non li sentiamo comunicare a parole nemmeno tra di loro. Fino alla fine gli eventi dimostrano dei toni drammatici, e sebbene mantengano un livello di sobrietà che li rendono accessibili anche ad un pubblico minorile, il finale è del tutto inatteso. Nelle sequenze conclusive lo spettatore può essere indotto a credere che il film sia prossimo ad un lieto fine completo. Ma la separazione tra Piccolo Fiume e lo stallone, che il ragazzo battezza col nome di Spirit, disattende l’aspettativa, e il cavallo ritorna alla sua terra portandosi dietro solo il ricordo dell’amicizia e la compagna Pioggia, rimanendo un puledro selvaggio e indomabile. Negli ultimi anni i film che parlano di animali esaltano l’importanza di lasciarli vivere senza essere domati, poiché gli animali, nonostante continuiamo sempre a nutrirci di carne, hanno iniziato ad essere considerati pari all’uomo. In conseguenza a questo, molte persone cinofile hanno creato movimenti contro chi maltratta i cani e sostengono di preferire la compagnia del loro animale domestico, piuttosto che quella delle persone. Con l’avanzare di queste idee, le più famose storie che parlano di protagonisti animali sono state rivisitate sotto nuove chiavi. Un caso è stato il film d’animazione del 2018 Zanna Bianca. Il romanzo di ispirazione si concludeva con il completo addomesticamento del giovane lupo, come segno del dominio dell’uomo sulla natura. Ma il recente adattamento vuole invece dimostrare che la natura non si può domare, e dunque i nuovi padroni di Zanna Bianca capiscono che il lupo non può rinunciare al suo essere selvatico, lasciandolo tornare nella foresta.



Spirit giunge alla stessa conclusione, ma nella sua scelta di tornare a casa e di portarsi dietro Pioggia c’è molto più di un valore ecologista. Nella sua decisione c’è la libertà, una libertà che non consiste solo nella scelta, non soltanto nel suo naturale istinto selvaggio, ma anche nei legami coi suoi compagni e nelle responsabilità verso di loro. Le disavventure che Spirit attraversa gli causano non pochi ostacoli, di fronte ai quali lo stallone può cedere facilmente al dominio dell’uomo. Nei momenti più drammatici lo spirito del protagonista sembra effettivamente essere sull’orlo di spegnersi, fino a quando non viene accesa una miccia che lo fa risvegliare. Il punto cruciale giunge nell’istante in cui Spirit realizza che la sua terra rischia di essere colonizzata. Allora la libertà non è più fine solo ai suoi istinti selvaggi, ma diventa qualcosa per difendere anche la propria identità e la propria patria, diventa un dovere sia per il suo bene che per quello dei compagni. Persino il Colonnello capisce, infine, che la natura selvaggia di Spirit è parte della sua identità e che non lo potrà mai domare, accettando con dignità la sconfitta. La libertà è il tema principale di Spirit, e viene caratterizzata in tutti i suoi aspetti, non soltanto come naturale istinto di un animale selvatico. Tutti desideriamo la libertà, ma non sempre siamo consapevoli di cosa essa comporta e ci dimentichiamo che essa, oltre che un diritto, è anche un dovere. Inoltre, sebbene Spirit non possa condividere la vita con il caro amico Piccolo Fiume, lo stallone non dimentica le esperienze che hanno attraversato insieme, e nemmeno ciò che vi ha appreso. Sotto questo punto di vista, Pioggia non è soltanto un personaggio di contorno, volto a stuzzicare il pubblico con una storia d’amore, ma è anche simbolo di ciò che Spirit ha imparato dal mondo che lo circonda e che si porta dietro come lezione.




mercoledì 24 dicembre 2025

FMA-FMAB, Anime Gemelli

 

TITOLO
Fullmetal Alchemist
Fullmetal Alchemist: Brotherhood

TITOLO ORIGINALE
Hagane no Renkinjutsushi
Hagane no Renkinjutsushi: Fullmetal Alchemist

TITOLO IN KANJI
鋼の錬金術師
鋼の錬金術師 FULLMETAL ALCHEMIST

REGIA
Seiji Mizushima
Yasuhiro Irie

ANNO
2003
2010

PAESE
Giappone

Fullmetal Alchemist è uno dei più ricordati shonen manga del nuovo millennio. Realizzato dalla mangaka Hiromu Arakawa e pubblicato dal 2001 al 2010, per un totale di 27 volumi, a cui sono seguiti altre edizioni aggiornate, ha ricevuto due adattamenti animati, diretti da Seiji Misushima e Yasuhiro Irie. Le due serie sono andate in onda rispettivamente dal 2003 e dal 2010, la prima con 51 episodi a cui segue il film conclusivo della storia, la seconda con 64 episodi. La versione più recente ha nel titolo una piccola aggiunta, per essere distinta dalla prima: Fullmetal Alchemist: Brotherhood.



Nonostante le due serie siano tratte dallo stesso manga, abbiano lo stesso spunto d’inizio e ci sia poca distanza di tempo tra le due trasposizioni, tuttavia le trame seguono, ad un certo punto, una biforcazione. Il principio degli eventi presenta i due fratelli Edward e Alphonse Elric, due giovani alchimisti che vanno in cerca della leggendaria pietra filosofale. I ragazzi hanno infranto un grave taboo: usare l’alchimia per cercare di riportare in vita la defunta madre. Questa bravata gli è costata un prezzo molto alto, per il quale Edward ha perso due arti, sostituiti da protesi meccaniche, e Alphonse l’intero corpo, rimpiazzato da un’armatura dove il fratello gli ha depositato l’anima. Il loro obbiettivo è semplicemente porre rimedio a questa trasgressione. Ma la strada che hanno intrapreso è piena di ostacoli e irta di spine, e il loro percorso li conduce a scoperte terribili, di fronte alle quali prendono coscienza dei lati oscuri dell’alchimia. È su quest’ultimo aspetto che i fatti tra le due serie cominciano a divergere, poiché le scoperte che vengono fatte dai fratelli Elric seguono degli sviluppi ben diversi, che in FMA riguardano più direttamente i due ragazzi, mentre in FMAB coinvolgono interamente Amnestris, lo stato in cui vivono.


La trama di FMA segue sempre di più un’involuzione, assumendo dei toni più dark. I due fratelli, per tutto il tempo, continuano a pagare le conseguenze del loro peccato, e anche se gli eventi per loro due si concludono in maniera positiva, tuttavia finiscono col macchiarsi di nuove colpe e perdere ogni cosa che hanno, allontanandosi da tutto quello che è stato il loro mondo. La ricerca del rimedio diventa un cammino verso la dannazione, che fino all’ultimo non lascia possibilità di salvezza. FMAB, invece, pur mantenendo un certo grado di drammaticità e temi complessi, offre una visione più speranzosa. Persino la fotografia delle immagini diventa meno cupa. FMA presenta i fratelli come degli antieroi, ma FMAB, seguendo fedelmente la trama del manga, trova una via d’uscita dal sentiero oscuro in cui i ragazzi si sono addentrati, rendendoli dei veri eroi. La prima trasposizione si focalizza molto sulla pietra filosofale e sulla ricerca dell’immortalità, mentre nella seconda la pietra filosofale diventa, nel corso degli eventi, un semplice strumento per il fine del villain, che aspira ad elevarsi al ruolo di Dio.



In un contesto steampunk, l’alchimia viene presentata come una scienza, e come tale viene descritta anche nel suo complesso rapporto con la religione, la quale è rappresentata dal popolo di Ishval, molto devoto al suo dio, considerato creatore di tutte le cose. Quest’etnia ha avuto dei recenti conflitti con lo stato di Amnestris, e non ammette l’alchimia perché è considerata lontana dalle vie della loro divinità. È proprio tramite questo confronto con la religione che in FMA l’alchimia viene molto esaltata come un’arte peccaminosa. In FMAB tale dibattito diventa molto più articolato e vengono esaltate le sfumature sia dell’alchimia che della religione, assumendo una posizione che non è più schierata, ma dimostra che il vero colpevole della guerra scatenata tra i due popoli sono soltanto la discordia e l’incapacità di comunicare.



Molti lettori del manga sono rimasti delusi dalla prima trasposizione per la sua totale divergenza. Eppure c’è stato anche chi ha sostenuto il valore di essa, dimostrandone la ricchezza di significato. Ed effettivamente sotto alcuni di vista può avere più senso. In entrambe le serie compaiono gli homunculus, i cosiddetti uomini artificiali che gli alchimisti sognano di creare. La differenza sta nel fatto che in FMA essi sono frutto di esperimenti alchemici, e vengono dipinti delle creature imperfette e senza anima. Queste spiegazioni rendono la loro origine più credibile e affine con le conoscenze reali dell’alchimia. In FMAB gli homunculus diventano personificazioni dei sette peccati capitali del Padre, il villain della storia, nonchè il primo di loro, che è stato creato in laboratorio mentre gli altri sono sue emanazioni, e non a caso portano i nomi dei sette vizi: Lust (Lussuria), Gluttony (Gola), Envy (Invidia), Wrath (Ira), Pride (Superbia), Sloth (Accidia). La loro origine qui è poco convincente, però spiega la motivazione dei loro nomi.



In qualsiasi caso quando si nomina Fullmetal Alchemist può succedere che non si faccia distinzione tra i due anime, dato che entrambi pongono le stesse basi. Sono anime gemelli, con degli spunti identici, ma degli sviluppi e dei finali diversi, nati come manga dalla mano di Arakawa e allevati come cartoni da padri diversi. Anche i personaggi mantengono le loro caratterizzazioni, ma seguono delle evoluzioni altrettanto diverse. E anzi, come abbiamo accennato, i personaggi in FMA seguono piuttosto un’involuzione, che trova la sua soluzione soltanto negli eventi finali del film conclusivo Il Conquistatore di Shamballa. Anche a FMAB è stato dedicato un film, ma può essere paragonato ad una lunga puntata filler, nella quale i due fratelli devono semplicemente portare a compimento un incarico in quanto affiliati tra gli alchimisti di stato.




martedì 9 dicembre 2025

“L’Alchimista”, il paradosso dei sogni

 

TITOLO: L’Alchimista

TITOLO ORIGINALE: O Alquimista

STORIA: Paulo Coelho

GRAPHIC NOVEL: Artword Lab

EDITORE: La Nave di Teseo

PAESE: Brasile

L’Alchimista è un romanzo il cui titolo è noto a molte persone, e la maggior parte di esse ne dà un giudizio positivo. La trama presenta la storia di Santiago, un giovane pastore della Spagna che, in seguito ad un sogno ripetuto, sente una vocazione, per cui intraprende un lungo viaggio fino alle Piramidi d’Egitto, in cerca di un tesoro nascosto. L’impresa non sarà priva di ostacoli, ma saranno proprio essi che metteranno alla prova il protagonista. In ogni tappa egli apprende molte cose sia del mondo, sia di sé stesso, sia anche di ciò che si nasconde oltre quello che vediamo e percepiamo. Attraverso gli eventi vissuti da Santiago, Paulo Coelho introduce dei temi legati all’alchimia. Essa è una disciplina che da sempre è nota per il suo esoterismo, fatto di principi e insegnamenti difficili da comprendere, ed è definibile come un connubio tra scienza, magia, filosofia e spiritualità.



Ma che cosa ha mai reso tanto popolare un romanzo come L’Alchimista? In primis il fatto che sia una storia piena di mistero, un tale senso di mistero che risveglia nel lettore quella voglia di conoscere, di esplorare l’ignoto. In secondo luogo perché le vicende sono in grado di riaccendere il desiderio di sognare, quel desiderio che tutti abbiamo avuto da bambini, e che la crescita e la disillusione hanno affievolito. Uno spunto narrativo semplice, che tuttavia si amplifica, riuscendo a portare ad una profonda comprensione grazie alla quale il lettore sente riaffiorare la speranza, tornando a credere nella magia dell’universo e dei sogni, riacquisendo parte di quel candore che si è lasciato dietro insieme all’infanzia.



Che cosa sono i sogni? Servono veramente a qualcosa? In ogni storia il protagonista che insegue un sogno, prima o poi, arriva a porsi degli interrogativi per cui si domanda se è davvero servito a qualcosa intraprendere il sentiero per la sua realizzazione, e spesso succede quando il personaggio si ritrova in una condizione disperata, che lo ha messo con le spalle al muro, vanificando tutto quello in cui lui credeva. Però Paulo Coelho, senza dissociarsi dagli eventi che riguardano Santiago, delinea bene le dinamiche di ciò che accade quando s’insegue un sogno. Nel momento in cui il sognatore sbatte il muso contro la realtà, vede davanti a sé il vuoto, e la sua mente viene assalita da questi pensieri: “Cosa mi posso aspettare dal futuro? Sarò più duro con gli altri e non mi fiderò di nessuno? Odierò coloro che ce l’hanno fatta perché io non ci sono riuscito?” Santiago, dopo essere stato derubato in Marocco da un truffatore, cade nella disperazione, ponendosi queste domande.



Quasi sul punto di perdere la fiducia, il giovane viene raccolto da un venditore arabo di cristalli, e assunto nel suo negozio. Tra i due si sviluppano dei rapporti dapprima professionali, per i quali Santiago si dimostra molto intraprendente, facendo di tutto per infondere vitalità nel negozio, con l’accondiscendenza del capo, che fino ad allora si era limitato solo a stare seduto dietro il bancone ad attendere clienti, gestendo con inerzia il proprio lavoro. L’influenza del ragazzo finisce per stuzzicare i demoni interiori dell’uomo, ponendolo di fronte ai propri rimpianti. A causa di questo si scatena un conflitto tra generazioni, da una parte la gioventù piena di speranze, dall’altra l’età adulta disillusa e rassegnata. Il contrasto che si manifesta mette in risalto i drammi di chi ha lasciato andare le speranze, riducendo il sogno a dei semplici obbiettivi pratici, con il solo fine di sopravvivere, senza mettere il cuore in ciò che viene fatto.



È facile porsi degli obbiettivi. Ciò che è difficile è sognare. I sogni sono un atto di fede, e come disse il filosofo Kierkegaard “La fede è un paradosso”. Molto spesso i sogni non si attengono a nessuno schema predisposto, e anzi, il conseguimento di essi porta alla rottura di ogni logica. Per questo motivo chi sogna è considerato folle, oppure stupido, se non un disadattato. È facile scegliere di rinunciare a sognare, perché significa rischiare, mettersi in gioco, e più il sogno è grande, più sono alti i rischi. Di fronte ai rischi abbiamo possibilità di scelta. Possiamo prenderli come una sfida e decidere di affrontarli, perseguendo i nostri sogni, ma possiamo anche decidere di arrenderci. Chi sceglie la seconda opzione, spesso pensa “Non era il mio destino”. Ma siamo davvero sicuri che sia così? Siamo davvero convinti che la sorte abbia deciso per noi? Oppure è una scusante per non accettare di aver compiuto una scelta? Non si parla di negativizzare la rinuncia, ma soltanto di vedere le cose da una prospettiva più ampia e di avere consapevolezza.


La scelta di rinunciare si pone davanti a Santiago diverse volte, anche nel momento in cui crede che tutto quello che ha trovato gli basti. L’amore per Fatima è la tentazione più potente, eppure è proprio la forza e la sincerità di questo amore che lo stimola ad andare avanti, facendogli comprendere che il suo sogno potrà dirsi compiuto solo dopo che sarà realizzato. Alla conclusione della storia Santiago scopre che quel tesoro che stava cercando era sempre stato sepolto sotto casa sua. Questo colpo di scena esprime il paradosso dei sogni: essi portano lontano, per poi farci rendere conto che quello che cercavamo lo abbiamo sempre avuto vicino. Nonostante questo paradosso Santiago non rimane sconcertato dalla verità, e non vanifica tutti i passi che ha compiuto per arrivare alla sua destinazione, perché ognuno di essi gli ha insegnato qualcosa, permettendogli di trovare una profonda connessione con il mondo, ma soprattutto l’amore.


Gli eventi che vengono raccontati appaiono vuoti di significato e pieni di insulse fantasticherie, se osservati da un punto di vista cinico e scettico. Da questa prospettiva Santiago può essere soltanto uno sciocco credulone che compie un viaggio del tutto inutile, per trovare una cosa che ha sempre avuto sotto i suoi piedi. Uno dei momenti che verrebbero considerati più assurdi di tutta la sua storia sono i capitoli in cui il ragazzo deve trovare un modo per trasformarsi in vento. Ma L’Alchimista è un romanzo filosofico, che per essere compreso non deve essere letto in maniera distaccata. Per essere compreso realmente è importante avere delle basi di filosofia. Può piacere anche a chi non ha mai studiato filosofia, però essa è una buona chiave di lettura.



mercoledì 3 dicembre 2025

"Voglio mangiare il tuo pancreas", una vicinanza senza nome

 

TITOLO: Voglio mangiare il tuo pancreas

TITOLO ORIGINALE: Kimi no suizou wo tabetai

TITOLO IN KANJI: 君の膵臓を食べたい

STORIA: Yoru Sumino

MANGA: Izumi Kirihara

ANIME: Shin’ichiro Ushijima

LIVE ACTION: Sho Tsukikawa

PAESE: Giappone

“Voglio mangiare il tuo pancreas”. Con questa frase comincia la storia del rapporto fuori dall’ordinario tra Sakura Yamauchi e il suo compagno di classe, il narratore degli eventi, sul quale si focalizza il punto di vista. Una storia d’amore? Una storia di amicizia? Niente che sia definibile con parole e concetti semplici. Un romanzo autobiografico (adattato in un manga di due volumi e trasposto in due film), che racconta l’esperienza del protagonista nelle dinamiche del suo rapporto con Sakura, la quale è segretamente afflitta da una malattia terminale al pancreas.



Vivendo la sua vita quotidiana, il narratore (di cui non riveliamo il nome per coerenza con la trama) scopre per puro caso il segreto di Sakura, e da quel momento in avanti egli diventa oggetto d’interesse per la compagna, che gli starà spesso dietro, trascorrendo con lui dei momenti in cui imparano entrambi a conoscersi, e soprattutto lui apprenderà da lei, riscoprendo l’importanza e il piacere di assaporare ogni attimo della vita, grazie al carattere esuberante della ragazza, che affronta la propria malattia e la consapevolezza della sua sorte a testa alta, ridendo e scherzando, e cogliendo ogni cosa bella che la sua breve vita le offre. Fra i due s’instaura un rapporto pieno di sfumature, ma è proprio questo che lo rende bello. È un rapporto che non trova il suo compimento in uno sviluppo amoroso, eppure non si può definire nemmeno amicizia, poiché, considerando il contesto delle vicende, non è certo cosa da poco che un ragazzo e una ragazza si frequentino così tanto senza avere approcci romantici. Questo è uno dei motivi per cui quello che c’è tra i due non è visto di buon occhio dai compagni di scuola, in specie da Kyoko, la migliore amica di Sakura, che è molto protettiva e non si fida del ragazzo, il quale ha un carattere molto introverso, ragion per cui viene considerato strano dai coetanei.


Il nome della ragazza, Sakura, è lo stesso del fiore di ciliegio, il fiore che è rappresentativo del Giappone e il quale viene spesso associato alla caducità della vita, delle cose effimere, come la bellezza. Per tale motivo il personaggio viene chiamato con questo nome, dato che essa si ritrova a dover vivere una vita breve, una vita che tuttavia lei prende in tutto il suo splendore e ride in faccia anche alla morte. Ma come ogni fiore, Sakura ha anche le proprie fragilità. Una fragilità che fino all’ultimo momento non traspare, tranne quando, mentre gioca ad obbligo o verità col narratore, confessa di avere in realtà una paura tremenda di morire. Vivendo gli eventi della storia, noi vibriamo con le emozioni del narratore, nel quale ognuno di noi si può riconoscere, in quanto spesso dimentichiamo la preziosità della vita e il fatto che un giorno anche noi dovremo morire. Vedendo i comportamenti di Sakura noi possiamo provare una grande stima per il suo modo di atteggiarsi di fronte alla propria situazione, ma al tempo stesso anche compassione, perché intuiamo quanto dolore lei nasconda dietro la sua allegria.



Siamo inoltre portati a sentirci intrigati di fronte al rapporto fuori dagli schemi di Sakura e del narratore, poiché non è difficile porsi delle continue domande, chiedendoci come andrà a finire fra loro. Secondo Sakura ogni cosa comincia con una scelta, per cui ella non crede che il suo incontro col narratore sia stato solo un caso o la sorte, ma qualcosa che è nato dal bisogno inconscio del ragazzo di trovare un’àncora di salvezza, qualcosa per cui valesse davvero la pena di vivere, nella sua vita solitaria e monotona. Lo scrittore Paulo Coelho afferma che “Le persone s’incontrano quando ne hanno bisogno”, e il rapporto fra i due ragazzi rispecchia questa visione. Entrambi infatti, indipendentemente da quale definizione si possa dare alla loro relazione, avevano bisogno l’uno dell’altra, lui per cercare un senso alla propria esistenza, e lei per avere accanto qualcuno che, pur sapendo il suo segreto, la trattasse normalmente senza provare pena. Sebbene Sakura nasconda la propria malattia agli amici per non farli stare male, tuttavia la bugia le pesa e il narratore diventa dunque l’unica persona di cui sa di potersi fidare per davvero.



Una storia drammatica, che tuttavia ci fa divertire, oltre a farci piangere. Ed è proprio la risata che la rende unica, perché ci fa ricordare il valore della vita facendocene vedere i lati belli, invece di darci tristezza per la sorte di Sakura. E proprio come lei, anche noi possiamo affrontare la consapevolezza della morte semplicemente assaporando ogni momento che viviamo, vedendone i lati belli, cosa che non è sempre facile, perché le preoccupazioni molte volte ci assalgono, e ci fanno dimenticare il presente.



Ricchi da morire- Delitti in famiglia

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